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Il teatro, la legalità e noi

Affermerei che il teatro non possa che essere serio: drammatico o comico che sia, che tratti di argomenti alti o futili, il teatro non può che essere serio, affrontato seriamente, incontrato come un evento importante. Mettersi su un palco sotto dei riflettori con un pubblico di centinaia di persone paganti o salire con in piedi sul lack Ikea rosso, quando avevi 9 anni per raccontare ai cugini grandi una barzelletta che hai capito solo in parte, oppure sedersi in punta al letto con le braccia tese stringendo un frisbee nelle mani con gambe penzoloni immaginando di guidare un Tir per le autostrade americane, beh, non sono azioni che possono essere prese men che seriamente.

Quando scegli che il teatro sia il tuo mestiere e che, dal teatro, scegli, che debba provenire il tuo stipendio, la cosa si fa ancora più seria, ma in questo post vorrei scrivere di una “esperienza di serietà” ulteriore legata al teatro: quando il teatro che fai (seriamente) va a parlare di argomenti seri, anzi serissimi, addirittura di interesse nazionale la questione cambia.

Il teatro civile! Il teatro civile? Sociale? Politico? Mah?

(Che poi il teatro di per sé in quanto espressione di una cultura popolare dovrebbe essere sempre di interesse nazionale è un altro discorso)

Con la regista/autrice Chiara Lombardo (colei con la quale si è pensato anni fa di fondare Municipale Teatro, con la quale collaboro ormai da parecchi anni) ad aprile scorso ci siamo trovati di fronte a questa sfida/richiesta: “Ci piacerebbe che faceste uno spettacolo che parla delle mafie”.
Gulp!
Figo!
Pesante!
Importante e serio e interessante e…
Che cosa diciamo? Che cosa hai da dire che già non sia stato detto? Che modi interessanti, nuovi, incisivi, non banali trovi per fare uno spettacolo che parli di legalità, di mafie, di uno dei cancri più devastanti e radicati nella nostra vita sociale?
Gulp (arigulp)!

Così nasce circa un anno fa il lavoro su “M come…”, un po’ di chiacchiere e ragionamenti con Chiara, sul senso, sul taglio, sul linguaggio e sull’impatto che poteva avere un’operazione di questo genere.
Decidemmo che fosse Chiara a scriverlo e curarne la regia, e di chiedere a Diego di essere l’attore in scena.
E il lavoro che abbiamo presentato in anteprima l’estate scorsa a Cuneo è ora reale, l’idea è stata di non raccontare l’immane tragedia, di non raccontare degli eroi della lotta alla mafia o dei “campioni” del crimine organizzato, Chiara ha pensato di partire da noi, dal basso (come spesso è importante che faccia il teatro) dalle scelte piccole, dalla scelta di parlare, di non tacere.
La scelta è stata ragionare sul meglio, qual è il meglio per me, ma anche per te, esiste un “meglio” per tutti?

Chiara quando racconta l’idea alla base del lavoro dice che il taglio dello spettacolo è venuto in mente a partire da un libro che si intitola “Strozzateci tutti”, curato da Marcello Ravveduto.
Il testo raccoglie storie, testimonianze, interviste che hanno a che fare con il concetto di legalità ed è servito da spunto, da punto di partenza, per l’invenzione di due piccole storie e di una ballata. Al centro dell’attenzione non c’è la mafia, non ci sono le grandi vicende di cronaca, ma le piccole scelte che potenzialmente potrebbero cambiare le cose. Portarci, con la loro piccolezza, fragilità, specificità, verso qualcosa di migliore. Non è stato facile: il rischio della banalità, della semplificazione è sempre stato dietro l’angolo, il timore di addentrarci in temi più grandi di noi sempre in agguato.

Con Chiara – tra un dubbio e l’altro – ci siamo chiesti se non si rischiasse di rinforzare una serie di stereotipi fuorvianti, ad esempio il concetto che la mafia sia una questione del sud, o che chi ha a che fare con le mafie sia “cattivo e basta”, sia una persona “senza dubbi”. Per questo, in “M come…”, i protagonisti delle due storie sono persone normali, un ragazzo a cui piacerebbe studiare e il figlio di un imprenditore edile del nord. Le loro storie sono storie comuni, segnate solo da una scelta che potrebbe fare la differenza.

Il risultato di questo lavoro fa pensare, vuole far pensare, non vuole strappare ad ogni costo la lacrima di una commozione indotta artificialmente. Forse l’intenzione è che lo spettatore esca con un pensiero, magari un pensiero nuovo, da condividere con altri. Forse l’intenzione è far parlare, perché se “della legalità ci siamo annoiati di parlare”, perchè se “è tutto un magna magna”, perché “tanto è inutile, tanto son tutti uguali” allora hanno vinto loro,
chiunque essi siano, tanti o pochi, hanno vinto.

Il piccolo contributo del nostro teatro a questa lotta, a questo tema enorme, è che qualcuno in più decida che parlarne è importante, ancora.
E fu così che facemmo il teatro di impegno civile, il teatro che parla delle cose serie, e non abbiamo voglia di smettere.

 

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