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Maestri: Nekrosius

Io non lavoro cercando di arrivare ad una soluzione particolare, nuova, sorprendente, non mi interessa. Forse posso essere criticato per questo, ma penso che tutte le questioni che riguardano il teatro si debbano risolvere nel lavoro, concretamente, con gli strumenti che il teatro stesso ci fornisce, non con il ragionamento teorico. Tutte le soluzioni devono nascere spontaneamente all’interno del processo di lavoro pratico. Il mio punto di vista è molto concreto.
Cerco di tenermi lontano dalla cosiddetta riflessione artistica. Credo che in genere parlare di arte sia pericoloso. Penso ai tanti che credono di rappresentare l’arte, l’agire artistico, e in realtà girano intorno all’arte cercando di avvicinarsi. Tutti i territori artistici, il teatro, la pittura, la musica, la letteratura sono pieni di queste persone che parlano di arte ma in realtà non la fanno, per incapacità o per paura, e sono davvero pochi i veri artisti. Esiste infatti una categoria di persone che trascorrono la vita accanto all’arte e non sono in grado di creare. Proprio questa situazione è rappresentata nel “Gabbiano” di Cechov: persone che parlano di arte e di letteratura, tante parole, parole vuote… Si parla di grandi scrittori e drammaturghi, si menziona Turgenev, Shakespeare, Tolstoj, Zola, Maupassant… ma i personaggi di Cechov accanto alle figure di artisti che vengono evocati finiscono per sembrare parodie di artisti; parlano delle forme nuove e del processo creativo, e io, come spettatore, a volte ho l’impressione che non siano all’altezza dei discorsi che fanno. E’ crudele ma molto realistico. Mentre lavoravo a questo testo pensavo spesso a questa condizione, così come capita di vederla nella vita.

Eimuntas Nekrosius in un brano di una bella intervista di Annalisa Bianco racconta, in poche parole, la situazione attuale della cultura e la dicotomia tra artisti e sedicenti tali, tra ricerca, smarrimento, perplessità.

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