Categorie
Del resto

Piangere per il teatro

Ho pianto spesso a teatro.
Spesso ho visto spettacoli da piangere, per quanto erano belli, o per quanto erano inguardabili, spesso ho dormito.

Ma il punto è un altro: ho appena concluso la prima parte di un lavoro incredibile. Con Ivan Andreis (grazie a lui) ho condotto un laboratorio teatrale con la Cisl, il sindacato. I partecipanti erano quindici lavoratori della logistica che da qualche tempo sono impegnati nel sindacato e la consegna era realizzare uno spettacolo che parlasse dei problemi del loro ambiente di lavoro.

Il problema era che Ivan e il sottoscritto ne sapevamo poco poco di quel mondo e abbiamo, in questi mesi, scoperto una realtà inimmaginabile. Racconti di soprusi sul lavoro, diritti negati, speranze ridotte al lumicino al limite dell’incredibile.

Quelli che ci spiazzavano erano fondamentalmente due pensieri: il primo era che quella situazione era una storia che riguardava non solo quel settore ma in generale la cultura del lavoro. Quindi abbiamo da subito cercato di non mettere in scena solo uno spettacolo di denuncia di un fatto circostanziato, ancorché gravissimo e molto complesso; ciò che abbiamo chiesto al gruppo è stato di costruire una riflessione da veicolare attraverso il teatro che coinvolgesse tutti. Che si cogliesse in questo lavoro teatrale che il loro essere vittime di un sistema iniquo non è una condizione esclusiva loro, ma coinvolge tutti, e non per quel superficiale sentimento di fratellanza che incarna la mamma quando ti dice “finisci la minestra pensa ai poveri negretti che muoiono di fame”.

Se il mio supermercato di fiducia impone un contratto alla sua cooperativa appaltatrice in cui il costo lordo del lavoro è 12 euro per ora lavorata (compresa la struttura amministrativa, i mezzi, i macchinari le tasse e naturalmente anche la mano d’opera) e questo gli consente di vendermi l’olio a un centesimo in meno al litro o a farmi fare una raccolta punti con un servizio di mug colorati in premio, è un problema di tutti, anche mio.

Se il termine cooperativa ha perso per 200.000 persone (tanti sono stimati i lavoratori solo nel settore logistica e movimentazione merci) e per i loro congiunti, il significato che il polveroso dizionario ancora ci restituisce:

cooperativa s. f. [dall’agg. cooperativo, sottint. unione o società]. – 1. Società caratterizzata dallo scopo mutualistico, la cui organizzazione sociale è fondata sul contributo in capitale e in lavoro di tutti i soci.

Se la cooperativa in questo momento è uno strumento legale per nascondere una attività imprenditoriale che basa il suo guadagno sul poter trattare i dipendenti (soci finti della finta cooperativa) con contratti iniqui, con regolamenti interni deliranti, negando i più basilari diritti conquistati dai lavoratori parecchie decine di anni fa allora il problema è di tutti.

Questo abbiamo scoperto, questo è stato il primo nostro pensiero quando abbiamo cercato con i testi preziosi scritti da Chiara Lombardo, di realizzare uno spettacolo che non stimolasse sentimenti pietistici verso questi “poveri sfigati” ma che facesse pensare, discutere, sentire coinvolti.

Il secondo pensiero è più legato alla professione di conduttore di laboratori finalizzati ad uno spettacolo.

Mai mi era capitato di lavorare con storie che “si stavano facendo” in quel momento.
Mi spiego: spesso il lavoro del teatro con i non professionisti, il teatro di comunità racconta storie vere, spesso è capitato anche a me. Questa volta però lo scarto temporale era completamente diverso.

Ciò che ha costituito lo spettacolo è accaduto durante la realizzazione dello spettacolo stesso. Al mercoledì nella Residenza Teatrale di Municipale Teatro arrivavano i racconti del sabato prima, un episodio del lunedì, una manifestazione in corso in quel momento che impediva ad una parte dei partecipanti di essere presenti.

Non lavoriamo con le storie come al solito, ma con la cronaca, mentre sta capitando.

Questo per me ha cambiato tutto, la forza di tradurre in scena una cosa che ti sta capitando, che non si è neppure ancora compiuta è stata un segno forte in questo lavoro.

Tornando alle lacrime, ho pianto molto in questo laboratorio, alcune scene non  riuscivano a non commuovermi, lo facevano sempre, immancabilmente. Probabilmente per questa loro immanenza temporale, per questa loro essere tragicamente contemporanee ma anche universali.
E queste donne e questi uomini che han portato in scena ciò che stanno vivendo e lo mettono generosamente a disposizione, mi commuovono, e mi rendono orgoglioso di essere insieme a loro per tradurre in teatro un tema così importante.

Abbiamo fatto un’anteprima per gli amici, adesso inizia una nuova fase.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *