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The Bunch

Dopo l’uscita del bell’articolo di Cristina Insalaco sul progetto “the Bunch” ho ricevuto un sacco di domande, di curiosità rispetto a quest’idea.

Ho pensato allora che avesse senso provare a raccontare quali sono i pensieri e i ragionamenti che hanno dato il via a questa avventura.

Chi mi conosce sa che non sono uno che passa la vita a inventare format televisivi, tantomeno formule per nuovi talent.

Da un po’ di tempo però mi giravano per la testa dei pensieri che all’inizio dell’anno si sono combinati, mischiati, e trasformati in un’idea. E quell’idea, attraverso un po’ di riunioni, attraverso gli incroci con le persone che mi circondano e con le quali ho la fortuna di lavorare e di confrontarmi quotidianamente, si è concretizzata nel progetto.

Con Federico e Valentina si vagheggiava nell’autunno scorso, di un ritorno al varietà, come spettacolo nobile, potenzialmente di qualità, dove i diversi linguaggi si incrociano, uno spettacolo pop, ma non necessariamente stupido.

E questo è stato il primo tassello.

Poi il pensiero è andato ai bisogni di coloro stanno provando a decidere se l’arte può essere il proprio mestiere: i giovani, la formazione: i giovani artisti (i sedicenti tali).

Ecco, da tempo penso che i giovani (con mille alibi sacrosanti per carità) abbiano perso di vista l’importanza della formazione, del sapere ciò che si fa, dell’apprendere la tecnica, in particolare nel teatro, e nella danza (forse i musicisti avendo a che fare con lo strumento sono obbligati un po’ di più a passare dalla tecnica, ma poi lo studio costante è un’altra cosa) e allora formiamoli, no?

Si ma a cosa li formiamo?

Il dramma di ogni scuola, di ogni corso è l’utilità, a cosa mi serve? Cosa mi serve se voglio fare l’artista?

Due le risposte a questa domanda e costituiscono i due tasselli ulteriori che hanno definito il progetto.

Il gruppo: sì, saper lavorare in gruppo è una competenza, è uno strumento fondamentale, lo è sempre stato, il mio pensiero è che, forse, ieri, a lavorare in gruppo ci si provava, l’idea che il gruppo fosse importante, che le “competenze relazionali” fossero centrali e vincenti ce l’avevano un po’ tutti, diciamo così, nei cromosomi. Ho il fondato sospetto che le nuove generazioni un’attitudine alla collaborazione l’abbiano persa, annegata in una autocentratura narcisistica indotta in primo luogo dai media e dal mainstream politico degli ultimi decenni.

Nelle tante occasioni in cui mi sono occupato di formazione (per artisti, professioni sociali, formazione in azienda) mi sono sempre occupato della dimensione del gruppo (il lavoro in equipe, il team building), è chiaro, nel mio progetto il tema del gruppo sarà centrale, e sarà una materia di studio, perchè a lavorare in gruppo, si può imparare, e ne ho parlato con Michele il più bravo formatore su questo tema che io conosca in tutta Italia, e lui ci sta.

D’altronde le arti performative sono fin dalle loro origini legate ai gruppi, alle comunità, a differenza delle arti figurative molto più centrate sull’individuo, il singolo artista, il teatro rielabora, da sempre, e lo fa in gruppo (la Compagnia) da sempre, lo vado ripetendo da venticinque anni nei laboratori teatrali.

L’altro paletto per rispondere alla domanda su cosa potrebbe servire in un percorso di formazione per futuri artisti è “la versatilità” la multidisciplinarietà: tutti, a partire da un solido bagaglio di conoscenze in un’arte performativa specifica devono acquisire le basi delle altre arti, due i motivi in ottica lavorativa.

Primo: un artista completo ha più possibilità oggi sul mercato.

Secondo: tornando al gruppo, se conosci più linguaggi, hai più possibilità e facilità a dialogare con gli altri, a stabilire

E l’altro tassello a fondamento di the Bunch è che mi sono proprio stufato del messaggio “uno su mille ce la fa” sul quale è basato il concetto di talent.

E’ evidente che quello è un escamotage (o come si scrive) per far appassionare l’audience (o come si scrive) il problema è che l’unico messaggio è questo. Per ogni professione, in particolare per lo spettacolo, il successo (magari anche per più di un mese) lo fa ci esce dal talent, chi, cioè ha sconfitto gli altri, gli ostacoli per il raggiungimento del tuo scopo

AAAAAARGHHH (o come si scrive)

Io sapevo che funzionava diverso, che non c’era solo un posto, che bisognava essere bravi, non che bisognava battere qualcuno, boh.

MI fa ribrezzo la frase con cui il “nonsicapiscechemestierefaccia Briatore” pubblicizzava il suo talent:

“…il secondo è il primo dei perdenti”

NO

non è così, fa appassionare alla tv un torneo, d’altronde tutto lo sport è così, ma la vita reale, il lavoro reale (perchè non dimentichiamolo che l’arte può essere un mestiere vero e proprio) non sono un torneo sportivo, l’unica possibilità di avere successo, di fare con soddisfazione il mio lavoro non può essere legata al numero di avversari che sconfiggo, non lo deve essere.

“Ma questa cosa che stai scrivendo va raccontata proprio in televisione” disse Lele che insegna comunicazione all’università a Milano, e fino ad allora The Bunch non era pensato per andare in televisione, anzi forse per starne lontano (siamo arrivati a Febbraio di quest’anno)

Tac

Proprio per questo, quello che hai in testa è un talent dove non elimini, anzi dove il risultato dipende da quanto la gente sta dentro e collabora anzichè combattere, dove combatte si ma contro una sfida “altra” non contro chi è lì.

Ma certo, sono i giochi non a somma zero, dal mio maestro Claudio ne ho imparato mille anni fa uno fantastico che uso ancora adesso, in venti persone (o anche di più) bisogna contare fino a venti, dicendo un numero a testa senza però mettersi d’accordo su quale numero si dice, e se in due parlano insieme si ricomincia.

Ecco un gioco dove si vince tutti, o si perde tutti.

Bastava rifletterci un attimo, superare le remore pregiudiziali sul malvagio mondo della tv e via.

Con Armando, Marco, Saracarlotta, Caterina, Federica, Francesca (tanta gente? un gruppo appunto, e pure interdisciplinare) abbiamo scritto il progetto e siamo andati a parlarne in giro, con la Città di Torino, la Regione (perchè ci sembrava interessante che un territorio, il nostro, decidesse di investire sulle professioni della cultura) con la Film Commission, la Fip e il progetto è piaciuto, piace. Tanto che l’amministratore delegato della Fip, Paolo l’ha proprio fatto un po’ suo e lo ringrazio, come ringrazio anche La Stampa che ha iniziato a parlarne.

Ora si sta ragionando con i produttori milanesi, e sto scoprendo come è fatto il mondo della televisione, oltre gli spauracchi e i pregiudizi.

E il progetto mi piace.

E ci continueremo a lavorare.

Tra qualche settimana inizieremo a fare le selezioni, poi chissà.

 

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