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Del resto Delle persone

Ho conosciuto Peter Gabriel

Un post sotto le feste che non parla delle feste, ma di un personaggio straordinario.

L’avevo già conosciuto anni fa, penso fosse un concertone a Milano in parco acquatico e, se non confondo le giornate, sul palco si alternarono Casino Royale, Neneh Cherry e lui.

Sempre ammirato: negli anni ottanta della mia adolescenza con Sledgehammer e quel video divertente, pietra miliare contemporaneamente della storia del rock che stavo scoprendo in quel periodo con i Genesis adorati visceralmente ancorché lontani nel tempo e poi ancora, campione della world music, talent scout attivissimo per far conoscere in occidente degli artisti straordinari, gli scaffali dei miei mille cd sono punteggiati di decine di dorsi multicolore simbolo di Real World la sua casa discografica.

Un icona, amata.

È stato strano scoprire che sarebbe venuto a suonare a Torino, in una operazione nostalgia (la tournée di venti anni fa) e devo dire che avevo qualche timore a presentarmi là, il rischio delusione, il rischio “poveroPeterguardacomèinvecchiato” mi frenavano un poco.

Un brivido all’ingresso nel palazzetto che ospitava il concerto: c’era lui seduto al pianoforte, i musicisti, la scena era spoglia e stava già cantando, luci accese in sala, omioddio …sarà mica tutto così?

Uno dei miei artisti mito si è così seduto su se stesso da pretendere, presuntuosamente, di girare l’Europa con uno “spettacolino”? Il grande sperimentatore di linguaggi che a vent’anni si prendeva gioco del glam rock presentandosi in scena vestito da margherita (con tanto di petali enormi ad incorniciare il viso pesantemente truccato, quasi come una enorme gorgiera rinascimentale) era lì mogio a canticchiare a mezza voce (vista l’età).

Ecco, mi dispiace e mi pento sinceramente dei pensieri che mi hanno assalito, ma in qualche minuto ho pensato questa cosa, ho creduto che da oggi il mio destino sarebbe stato andare a vedere i miei idoli bolsi, come me d’altronde, appesantiti, mentalmente oltrechè fisicamente, dall’età e che da li a poco il pala Isozaki o come si chiama ora, sarebbe diventato il salone delle feste dell’Unitre dove, non più Peter Gabriel, ma addirittura un anziano Phil Collins, un Battiato col bastone, oppure Tony Hadley calvo avrebbero diretto i balli di gruppo, in attesa di un Claudio Cecchetto in sedia a rotelle e ciabatte, che avrebbe a fatica accompagnato gli invitati fino ad un triste brindisi di mezzanotte in bicchieri di plastica.

Questa sgradevole sensazione, questi sgradevoli e spaventosi pensieri, per fortuna sono svaniti dopo una manciata di minuti, quando le luci di sala si sono spente e ci siamo trovati immersi in uno spettacolo “alla Peter Gabriel” : luci, immagini, suoni, delle macchine illuminanti mosse a vista da figuranti e contemporaneamente dense di tecnologia moderna (teste mobili, telecamere che rimandavano sul fondo le immagini in diretta modificate anche pesantemente da una regia live)

Si.

Nice to be here!

E l’anziano Peter al centro della scena, direttore e marionetta, in prima fila, generoso.

Ecco, generoso mi sembra il termine giusto, chi si aspettava che Gabriel avesse la stessa voce degli anni settanta o degli anni ottanta sarà rimasto deluso, dico generoso perché il “nostro” non si risparmia, non si nasconde dietro i successi, non maschera i sopraggiunti limiti vocali e fisici, ma regala tutto quello che ha, forse stona a volte, forse si rifugia nell’ottava bassa o cede qualche falsetto ad altri, però c’è, ed era lui che cercavo.

E sul concetto di generosità dell’artista, oggi ci sarebbe da riflettere, e non escludo che lo si farà in futuro.

Chiude con Biko, e sono lacrime, sincere.

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