Il Blog

Si, ma di lavoro?

(Dietro le quinte di uno spettacolo)

Dove il termine intergalattico assume un significato compiuto

Il mese di marzo e il mese di aprile li ho passati a fare il teatro.
Sai che novità!
In realtà questi due mesi sono stati densi di novità. Mi sono imbarcato in una produzione diversa, in un progetto molto diverso, speriamo nuovo, speriamo di successo.
Già ho scritto dell’incontro con Mauro Berruto .
Come spesso capita nei progetti che ti assorbono la testa le passioni e le energie, attorno a questo incontro si è creato un mondo intero, fatto di parole, di idee, pensieri, teatro (tanto) e persone, persone sconosciute prima di oggi e persone che conosciamo da anni (anche tanti) che si incastrano e si riassemblano in un ordine nuovo, che diventano per te, per alcune settimane, gli umani che vedi più spesso (anzi forse gli unici umani che frequenti, con buona pace degli altri, quelli degli altri mondi, che si arrabbiano, o, se ti vogliono proprio tanto tanto bene, sanno che poi torni e ti aspettano).
Si è partiti da un libro, da otto attori.
Che in realtà ne volevo sei ma poi mi piacevano questi otto e mi dispiaceva non lavorarci insieme e ce n’erano altri bravi che mi sarebbe piaciuto lavorarci insieme e che ci sono anche rimasti mali perché non li ho scelti ma dovevo scegliere, dovevo rischiare, dovevo provare a comporla una squadra e con un paio di notti insonni e qualche discussione alla fine ho scelto che non so se ho scelto giusto magari degli errori li ho fatti ma mica lo puoi sapere prima e se ci pensi bene non puoi saperlo neanche dopo come sarebbe andata se avessi scelto altri.

Quindi.

Ho scelto gli otto che ci piacevano di più e abbiamo chiesto loro di diventare una squadra, ma non una squadretta, una squadra in cui tutti dovevano avere la possibilità di diventare bellissimi (perché siamo a teatro non su un campo da gara e il confronto è estetico, ma estetico profondo!).

Ne parlerò poi delle questioni organizzative, che sono tante, complesse e affascinanti, voglio parlare di teatro qui, di come penso che il teatro debba nascere e crearsi.

Il centro sono le persone, sempre, gli attori, i musicisti, gli scenografi, sui drammaturghi ho i miei dubbi (battuta che capiranno pochi, ma sono disponibile a chiarimenti).
Si sta.
Il regista ( o il pedagogo, o il maieuta, o l’animatore, conduttore, capro espiatorio) sta, propone, ascolta, prova a mettere in difficoltà, prova a non essere travolto dai bisogni, dai capricci, dalle differenze dalle sorprese e dalle delusioni e prova a cucire, ad unire, assemblare e tirar fuori.
Io, sembra sempre che mi vada tutto bene, che non son preoccupato se una cosa in prova viene male, non quaglia, non convince, ma è un atteggiamento.
Non sbraito, non urlo, penso, non dormo, penso, ascolto e dico, non dormo, mangio, magari ci incastro delle altre cose (che non puoi permetterti di abbandonare tutto il resto) non dormo e penso.
E ad un certo punto li butti in scena, e ti stupisci, un po’ compiaciuto, che si si siano fidati di te fino a questo punto.
E ti accorgi che sto spettacolo tu per primo non l’avevi mai visto e quel giorno lì, il giorno del primo studio, che lo sai che è solo il primo studio, stai lì e lo vedi per la prima volta, tu come il resto del pubblico, e quando finisce, non l’hai mica capito come è andata.
Giorni dopo (magari con l’aiuto di un video) ti accorgi davvero di tutti gli errori e di tutti le meraviglie e dici: ora abbiamo uno spettacolo su cui lavorare, tanti pezzi da mettere a posto, tanto lavoro ancora da fare, e sei stupidamente felice.
Alla fine le persone che hai scelto ti piacciono un po’ di più (non è ancora amore, ma è un innamoramento consapevole dopo il colpo di fulmine di qualche mese fa) e hai voglia di andare avanti.

A presto Alessio, Manuela, Samuel, Matteo, Veronica, Giulia, Michele, Ikram, Maurizio, Grazia, Sara.

A presto Mauro ed Elena che tutto è costruito insieme a voi.

A presto Fabio che dicendo di non capirci hai descritto con parole illuminate questa avventura.

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